Come una madre, la natura genera e si rigenera in un flusso continuo. La sacralità della natura si afferma in antichi miti e riti di devozione dove ciclicità stagionale e religiosità si intrecciano in cerimonie propiziatorie, purificatrici o legate alla rinascita. Oggi passa anche attraverso il profondo rispetto per ciò che ci circonda e al quale apparteniamo senza riserve.
L’istallazione ARBRE MAGIQUE MADRE NATURA di Renzo Nucara e Carla Volpati alla Galleria Elleni ha come protagonisti alberi di colore diverso a rappresentare le tre grandi fasce climatiche della terra: poli, zona temperata, zona desertica, ai quali si aggiunge il blu di oceani e mari.
Le silhouette di animali, personaggi, foglie e fiori definiscono la forma iconica dell’albero, che con le sue radici ancorate al suolo e i suoi rami protesi verso l’alto, connette terra e cielo, naturale e soprannaturale.
L’albero ha un grande valore simbolico non solo per la sua verticalità. E’ albero della vita e della conoscenza nel giardino dell’Eden, rappresenta la vitalità del cosmo nel suo processo di germinazione, crescita ed espansione. E’ il respiro ossigenante del mondo, il rifugio di animali e uccelli. Regala frutti, ristora con la sua ombra, riscalda con il suo legno.
Il progetto ARBRE MAGIQUE che Renzo Nucara e Carla Volpati portano avanti da alcuni anni nasce dall’incontro dei singoli percorsi artistici: gli animali di Renzo Nucara e i personaggi immaginifici, chiamati Puppet di Carla Volpati. Popolato o ricreato con la leggerezza delle sue sagome sospese, l’albero si trasforma in un Arbre Magique, sorprendendo spettatore e al tempo stesso trasmettendo a chi lo guarda un messaggio. Nel caso specifico rimanda al sacro della natura e al grande tema della sostenibilità.
Renzo Nucara è tra i fondatori del gruppo Cracking Art.
Alle installazioni con il gruppo ha sempre affiancato la sua ricerca artistica, che negli anni recenti si è focalizzata su opere in plexiglas: Stratofilm (strati di metacrilato che inglobano oggetti ritrovati o del quotidiano) e Shape (forme e animali che contengono altre forme).
Carla Volpati ha iniziato il suo percorso artistico alla fine degli anni novanta, con opere composte da “frammenti di natura” (ciottoli, piccoli sassi) dall’impronta quasi zen per arrivare a sequenze più complesse, all’uso deciso del colore e a maggiore varietà di materiali. A partire dal 2010, con la serie “Made in Italy”, realizza cicli di opere: In fila per sette, Puppets e Inabox.
Via San Giovanni, 14
24121 – Bergamo
info@spaghettipop.com
Prima mostra personale a Bergamo dell’artista fotografo Dorothy Bhawl.
Le opere verranno trasmesse anche sul video posto nella vetrina della galleria, in modo che l’intera mostra sarà fruibile al pubblico di passaggio.
giovedì – sabato: 16.00 – 18.30
Giacomo, Via G. Quarenghi, 48 c/d e 33, Bergamo
tel. +39 035 399563
segreteria@accademiabellearti.bg.it
www.accademiabellearti.bg.it
a cura di Jessica Bugini e Gaspare Tosi
L’Accademia di belle arti G. Carrara è lieta di presentare All my friends are dead, il terzo dei cinque progetti selezionati tramite bando rivolto a studenti e diplomati dell’Accademia e che verranno ospitati negli spazi di Giacomo nel corso del 2017. La mostra espone le opere del collettivo OPSI ed è curata da Jessica Bugini e Gaspare Tosi.
Reperti post apocalittici, pandemia virtuale, messaggi olografici, visioni archetipiche, iconoclastia digitale, il collettivo OPSI studia ipotetici scenari catastrofici attraverso installazioni e media differenti.
La fine è certa ma non il suo iter
Il caotico tempo che rimane
Ciò che è sopravvissuto all’apocalisse
Niente saccheggi, niente violenza gratuita, niente lacrime. Solo amore. Abbandonare la realtà tangibile e dedicarsi completamente a quella virtuale può essere la soluzione all’estinzione di massa. È come se fossimo in un gioco. Ci attaccano. Lottiamo contro alieni, fenomeni naturali e contro noi stessi. Dobbiamo sopravvivere. Laggiù c’è un avamposto abbandonato, una cupola artificiale sulla cima di una collina, uno dei residui della guerra fredda, i resti degli americani a Berlino. Una maschera, la fine di una civiltà e l’origine di una cultura che non teme la morte ma ha paura di non vivere. La fine non ha forma, non si può toccare, ma rimbomba nelle orecchie come un motore che si avvicina. Ogni giorno produciamo materiale che potrà essere riletto in futuro, in questo modo tramandiamo i saperi e archiviamo i ricordi. Nel caso di una possibile scomparsa del genere umano, chi decifrerà queste tracce?
Il collettivo OPSI è composto da Adami Tea, Abate Andrea, Bugini Jessica, Chumpitaz Gianella, D’Onghia Francesca, Duccoli Matteo, Faggioli Irene, Foti Cuzzola Davide, Ghislandi Alessandro, Pirez Sosa Candelaria, Ravelli Martina, Rota Stefania, Tosi Gaspare, Zorzi Ekaterina.
mercoledì – venerdì: 15.00 – 19.00
sabato: 10.00 – 12.30 / 15.00 – 19.00
domenica solo su appuntamento:
335 5382238 / 338 9722799
Via G. Quarenghi 50, Bergamo
info@quarenghicinquanta.org
Un tuffo affascinante nella folcloristica tradizione religiosa dei rom, dentro un raduno annuale che richiama in pellegrinaggio gitani da tutto il mondo. Una coinvolgente miscela di sacro e profano, verità e leggenda, mito e ragione, mistero e certezza, fede e idolatria. Contraddizioni profonde e pittoresche che affascinano l’occhio di chi non è abituato alla loro suggestiva e allegra cultura.
Lo scenario che si apre davanti agli occhi di colui che arriva in questa terra, può far sentire spaesato. Chitarre che suonano il flamenco e donne che ballano, miriade di ristoranti che offrono a buon prezzo un piatto di paella di mare e una grande arena lungo la passeggiata a mare. In realtà non siamo in Spagna, bensì nel sud della Francia, circondati da una natura rigogliosa. Il nome del paese, che risale al 1838, in seguito alla ricostruzione ultima della chiesa, è legato a due donne. La leggenda narra che durante le persecuzioni cristiane, un piccolo gruppo di persone, fra cui Santa Maria Jacoba e Santa Maria Salomè, fuggì grazie ad una piccola imbarcazione a vele e senza remi, guidata esclusivamente dal volere di Dio. L’imbarcazione fu condotta dalla Terra Santa, proprio sulle coste della Camargue. Dopo il loro arrivo, le due Marie rimasero su queste terre per predicare il cristianesimo. Da loro il nome Les Saintes Maries de la mer. La storia parla anche di una terza donna, che poi rimase legata per l’intera vita alle Marie, diventandone la serva. Il suo nome era Sara, scura di carnagione, molto giovane e dai lineamenti dolci. Riguardo alla sua esistenza esistono più versioni dei fatti. La prima ipotesi la vede profuga, con le altre donne, sulla zattera guidata da Dio; l’altra, porta avanti l’idea che Sara fosse già su queste terre quando le altre vi arrivarono. La reale esistenza delle sante fu dimostrata, in seguito, da scavi effettuati in queste terre, in seguito ai quali furono ritrovati dei corpi di donna posti a croce, proprio nel punto in cui sorgeva l’altare maggiore della prima chiesa del villaggio. Il fatto di trovare dei corpi sepolti in un punto in cui in passato sorgeva un luogo di culto, fu un grande indizio al fine di capire l’importanza delle due donne. Nella tradizione religiosa era solito svolgere delle Sante Messe proprio nel luogo in cui si trovavano sepolte delle Sante Reliquie. Dopo questa scoperta, il piccolo paese divenne luogo di pellegrinaggio da tutto il mondo. La processione nei primi anni si svolgeva solo in onore delle due Marie, ma dal 1935 fu approvata della Chiesa e poi effettuata anche in onore di Sara. Il merito di questo riconoscimento fu del Marchese Folco de Baroncelli. Lui, nobile italiano esiliato ad Avignone con la famiglia, s’innamorò a tal punto della Camargue da abbandonare la vita nobile per diventare un buttero. Portò avanti le tradizioni di questa terra, legò fin da subito con butteri, guardiani e zingari, abitanti già insediati. Così nasce il pellegrinaggio, che da anni conta tre giorni di feste e cerimonie. Durante questo arco di tempo, il paese di Les Santes Maries de la mer si riempie di gente, che arriva da tutto il mondo per assistere alla processione che dalla piazza centrale giunge fino in mare. Da trent’anni ormai, fra i numerosi pellegrini che arrivano in questa terra francese, si contano migliaia di gitani o zingari, come vengono chiamati con uso improprio del termine. Questa mescolanza risale solo al 1953. In passato loro non erano ammessi alla processione poiché la chiesa non li riconosceva parte integrante dei fedeli. Solo dopo le persecuzioni naziste, di cui i gitani furono grandi vittime, la chiesa li ha riconosciuti come tali. La loro presenza, oltre che a mobilitare il villaggio, crea un’atmosfera unica. In ogni angolo di strada, si possono udire canti popolari gitani, accompagnati dal suono duro e ritmato delle chitarre. Le donne indossano vestiti sgargianti e larghi, dalle balze in fondo, spesso a pois neri su uno sfondo colorato. Tanti anche i bambini che scorrazzano indisturbati per le strade. Questi giorni di festa, oggi divenuti anche motivo di viaggio per semplici turisti curiosi, avvengono in due momenti precisi dell’anno. Il primo, il 24, 25 e 26 di maggio; mentre il secondo si ripete a metà ottobre con qualche piccola differenza. Il più conosciuto e il più colorato, rimane in ogni caso il primo, grazie anche alla buona stagione. Già qualche giorno prima dell’inizio dei festeggiamenti, infatti, il paese si veste a festa. Gli ospiti più attesi sono i gitani. Il loro arrivo riempie letteralmente ogni spazio vuoto del paese. Giungono qua con i loro caravan, formando così dei piccoli agglomerati room, ovunque ci sia posto. Lo scopo del loro pellegrinaggio è quello di commemorare la loro santa protettrice, “Sara la Kalì”, che nella loro lingua significa sia zingara sia nera. In realtà, il paese è ben preparato al loro arrivo in massa. Ogni anno, infatti, un campeggio intero, quello più vicino al centro, gli viene riservato interamente. Il paese si popola così, fra gitani, turisti, pellegrini e pochi francesi (che per la maggioranza lasciano il paese durante i tre giorni). La festa ha inizio la mattina del 24, con la messa che apre il periodo di processione. Il primo rintocco delle campane richiama il popolo a radunarsi in chiesa e nei dintorni della piazza. La gente solitamente è così numerosa che da qualche anno è stato installato un sistema d’amplificazione esterna in modo da seguire la messa anche stando in strada, o addirittura sul tetto della chiesa. All’interno di questa la luce soffusa delle sole candele crea un’aria di religioso silenzio, mentre all’esterno, fra una massa di persone, i guardiani a cavallo si sistemano sulla piazza. Il fulcro attorno al quale si sviluppa la cerimonia è Notre-Dame-de-la-Mer, Nostra Signora del Mare, una imponente chiesa-fortezza che fu costruita ai tempi di Carlo Magno probabilmente sopra una precedente cappella merovingia. Chiamarla fortezza non è un eufemismo: durante le frequenti incursioni dei pirati saraceni, gli abitanti del paese si riparavano con il loro bestiame tra le sue solide mura e potevano restare al sicuro per lungo tempo grazie anche alla presenza di un pozzo le cui acque sono tuttora considerate miracolose. L’edificio, costituito da un’unica navata, è oscuro e cavernoso. Durante la messa vengono esposte ai piedi dei gradini che portano all’altare le statue delle due Marie per essere venerate, accarezzate e abbracciate. Una breve rampa di scale scende per condurre nella minuscola oscura cripta, in cui le fiammelle di centinaia di candele illuminano a malapena la figura di una fanciulla dalla pelle color ebano, avvolta in mantelli riccamente ricamati e adorna di gioielli. E’ Sara la Kali, Sara la Nera, santa Sara, la misteriosa dea-patrona degli zingari, la cui santità non è mai stata riconosciuta dalla Chiesa cattolica. La sua immagine è circondata da numerosi ex-voto, ricordi, preghiere e doni lasciati dai gitani provenienti da mezza Europa. Le candele e i lumini sono sempre accesi e il calore è talmente forte che le candele sono piegate e contorte come rami di una albero. Ci vuole un po’ di tempo per abituarsi al caldo opprimente della cripta, alla sensazione di claustrofobia e ad una sorta di stordimento che, con molta probabilità, è dovuto alla particolare energia emessa dalla sorgente sotterranea che alimenta il pozzo. Non a torto gli zingari chiamano questo spazio angusto il “ventre della madre”. Le sculture sono molto diverse nel loro genere: quella di Sara è coperta di mantelli impreziositi, da cui esce solo lo scuro viso, dallo sguardo dolce. Quella delle due Marie vede le due sante all’interno di una barca, che raffigura e simboleggia quella zattera che secondo la storia e la leggenda, fu condotta da Dio fino alla Camargue. Le statue, una volta scese, vengono poste sull’altare maggiore, davanti al quale viene celebrata la messa. In questa prima giornata però il rito sarà dedicato esclusivamente a Sara. La vera parte saliente della festa è la processione che inizia subito dopo la messa, aperta dai guardiani a cavallo che si fanno spazio fra la folla. I gitani dietro seguiranno a piedi. Durante il percorso i bambini, per la mano ad altri bambini o ai genitori, cantano a squarcia gola allegramente, mentre qualche adulto accompagna il ritmo con il proprio strumento. Dalla chitarra al violino, passando attraverso l’uso delle stesse mani come piccole percussioni. I vari canti vengono intervallati solo da alcune urla “Evviva Les Santes Maries, evviva Sara”. Solo quattro uomini gitani avranno l’onore di poter portare sulle spalle la barella di legno, con su la statua di Sara, lungo tutta la processione fino al mare. Arrivati in spiaggia, vi è l’entrata in acqua. A causa della temperatura e dell’abbigliamento, il ritmo di marcia rallenta. Coloro che hanno più problemi sono i fotografi e le donne, gitane e non. Molti sono i turisti che, con loro, entrano in acqua. In pochi secondi il mare si popola di gente, mentre tanti rimangono in spiaggia. Ecco il momento saliente che tutti aspettiamo: la barella di Sara verrà posta sul filo dell’acqua così a celebrare la sua unione a questa terra, per poi essere riportata in chiesa in spalla ai quattro uomini. Quando Sara è riportata in chiesa, comincia la messa fatta di preghiere in suo onore. Alla fine di questa, il rito della giornata sarà concluso, ma la serata e i canti si protrarranno fino a tarda notte. I gitani, con i loro ritmi flamenchi, rimangono in paese a suonare e a ballare instancabilmente e il paese si illumina con le lucine colorate dei ristoranti. Il giorno seguente viene ripresentata tutta la cerimonia con l’unico cambiamento, che in questa circostanza verranno condotte in mare le statue delle due Marie e non quella di Sara. Ciò provoca un’affluenza ridotta al pellegrinaggio, poiché nonostante i gitani siano ancora in paese, non accorrono numerosi al rito. La loro protettrice è solo Sara. Il terzo ed ultimo giorno è particolare e non vede l’evolversi del rito dei giorni precedenti. Ciò lo rende diverso ma non per questo meno festoso. Durante la mattinata sfilano, infatti, i guardiani a cavallo, seguiti dai tori che verranno scortati fino all’arena del paese. In questa regione, il toro, insieme al cavallo e al fenicottero rosa, è un forte simbolo. Durante la giornata, all’interno dell’arena verranno svolti giochi e spettacoli che dureranno tutto il pomeriggio. Fra l’arrivo dei guardiani e l’inizio dei giochi e degli spettacoli nell’arena, però, avviene una cerimonia alla tomba del Marchese di Baroncelli. A lui i guardiani devono molto, perché una sua opera fu quella di fondare la “Nation Guardiane” (Nazione dei Butteri) con lo scopo di difendere la Camargue e le sue tradizioni semplici, legate alla natura e agli animali. Furono gli zingari e i guardiani, infatti, ad organizzare il funerale del Marchese. Si racconta, anche, che oltre trecento tori seguirono passo a passo la processione funebre dell’uomo. Durante questa terza giornata di festa si commemorano lui e le sue opere fatte in questa terra alla quale lui si legò fin dall’inizio della sua permanenza. La fine della festa coincide con il calar del sole quando i guardiani riportano fuori città i tori. È molto bella l’immagine di questi uomini che si allontanano, insieme agli animali, dal luogo di festa. Vedendoli di spalle mentre si allontanano, siamo pervasi da un miscuglio di sensazioni. Come se il tramonto fosse un grande sipario che si sta chiudendo.
Sabato e domenica: 10.30 – 12.30 / 14.30 – 17.30
Da lunedì a venerdì apertura su appuntamento
Palazzo della Misericordia, via Arena, 9 – Città Alta, Bergamo
spaziobaco@gmail.com
a cura di Sara Benaglia e Mauro Zanchi
Amplitude è un momento del percorso di ricerca di Francesco Pedrini, nato dall’esigenza di comprendere e contenere il cielo.
Dal 2009 l’artista bergamasco cerca di fermare il contemporaneo infinito ridisegnando tutte le stelle della volta celeste. L’incontro con specie di telescopi acustici apre a una ulteriore dimensione di confronto, mediata da poetici strumenti di ascolto del cielo. La cecità gestuale e ottica genera un cortocircuito assoluto. L’illustrazione del buio della contemporaneità del filosofo Giorgio Agamben guida come un faro la ricerca sulle dimensioni dello spazio di Pedrini: “Nell’universo in espansione, le galassie più remote si allontanano da noi a una velocità così forte che la loro luce non riesce a raggiungerci. Quel che percepiamo come il buio del cielo è questa luce che viaggia velocissima verso di noi e tuttavia non può raggiungerci, perché le galassie da cui proviene si allontanano a una velocità superiore a quella della luce. Percepire nel buio del presente questa luce che cerca di raggiungerci e non può farlo, questo significa essere contemporanei”. Lo spostamento verso la chiusura degli occhi, nel tentativo di ascoltare il cielo, è conseguenza dell’incontro fallimentare con un infinito che per essere approssimato dai nostri sensi obbliga alla ricerca di nuove aperture. Ma al contempo è un esercizio dell’ampiezza. In mostra si vedono disegni ottenuti con l’impalpabilità della polvere, che è materia di cui è composto l’universo e gli oggetti che va a disegnare: stelle, nebbie, tornado.
Pedrini crea protesi per un atto di puro ascolto del cielo, ispirandosi alle strumentazioni antiaeree della prima guerra mondiale, tramite le quali soldati e civili erano obbligati a decifrare i suoni che arrivavano dal cielo per proteggersi e sopravvivere. Feriti di guerra ciechi erano utilizzati come ascoltatori del cielo per intercettare aerei nemici, perché avevano acuito i sensi dell’udito. È partendo da queste considerazioni che l’artista ha costruito un proprio sound locator per captare i suoni della nebbia e nell’universo. Non ricercando la bellezza, né lo stile della forma, bensì un utilizzo plausibile di questi apparati. Pedrini ha fabbricato in modo artigianale questi strumenti paradossali per indirizzare l’ascolto verso ciò che si muove al di là del mondo, strumenti che devono evocare anche le forme delle trombe d’aria.
I disegni dei tornado – fatti di polveri, pigmenti e grafite su una base d’acqua – sono materia d’indagine formale di tutte le innumerevoli formazioni che i vortici d’aria possono avere. L’approssimazione di un cammino precede una forma tangibile, mentre continuo è il fallimento di bloccare la mutevolezza di elementi eterei.
L’idea di adottare un metodo di avvicinamento a manifestazioni di infinito è giunta a Pedrini durante un viaggio in Argentina. Nelle prime foto da lui realizzate nel campo di Pietra Pomez capisce che la sua ricerca vuole cogliere i caratteri universali del punto in cui nulla e infinito entrano in contatto. Il lavoro di Pedrini si sta spostando verso soggetti prossimi al nulla.
Che cosa significa sentire il vento e guardare le mutazioni del giorno nella notte? Che cosa si vede guardando dentro al buio del tempo?
Innumerevoli è un laboratorio narrativo e serigrafico per richiedenti asilo ospitati a Bergamo e provincia. L’esperienza, ideata e realizzata da Serigrafia Tantemani, progetto di Cooperativa Sociale Patronato San Vincenzo, è stata avviata nella primavera 2016 in collaborazione con Cooperativa Ruah e Caritas Diocesana di Bergamo.
Ad ottobre Serigrafia Tantemani ha realizzato una campagna di crowdfunding sul sito Produzioni dal basso per sostenere l‘edizione 2016/2017 di Laboratorio Innumerevoli e realizzare un’opera su muro con l’artista Geometric Bang. La campagna, andata a buon fine ha coinvolto più di 100 donatori.
A novembre Serigrafia Tantemani e Pigmenti hanno partecipato al bando indetto dal Comune di Bergamo Street art a Bergamo e il progetto presentato è stato selezionato. Il muro individuato come ottimale per il progetto INNUMEREVOLI | the wall painting è quello di via Giovanni da Campione, presso l’ingresso del parco Via Codussi.
L’artista Geometric Bang lavorerà con un gruppo di 10 ragazzi richiedenti asilo ospiti sul territorio bergamasco i quali realizzeranno su muro 10 autoritratti contenenti simboli, oggetti, parole che in qualche modo raccontano la loro vita fin qui. Una forma espressiva della propria identità, una ricerca al di là del trauma, un gesto grafico che diventa racconto e confronto.
“Lo straniero, anche il più bisognoso,
è ricco di lingue che porta con sé, ricco di odori e sensazioni,
ricco soprattutto di spiegazioni, di esseri, di oggetti
di cui diviene, per la magia del viaggio, il rappresentante presso di noi, i suoi ospiti.”
Tobie Nathan
Video innumerevoli https://vimeo.com/175381353
Il laboratorio
Innumerevoli è un laboratorio creativo, narrativo e serigrafico. A piccoli gruppi di cinque, le persone richiedenti asilo sono accompagnate nella realizzazione di un proprio autoritratto contenente elementi narrativi frutto delle molteplici esperienze di vita che ognuno si sente di raccontare. Innumerevoli, come le esperienze che ci caratterizzano, come le identità che ci rappresentano. Ogni autoritratto viene stampato in serigrafia su maglietta e poster che l’autore porta a casa con sé. Questo permette di seguire e realizzare in prima persona l’intero processo di stampa serigrafica. Infine vengono creati dei momenti ad hoc per la raccolta di piccoli frammenti di storie autobiografiche.
Durante il laboratorio le persone sono accompagnate nella realizzazione di un proprio autoritratto contenente elementi narrativi frutto delle molteplici esperienze di vita che ognuno si sente di raccontare. Innumerevoli, come le esperienze che ci caratterizzano, come le identità che ci rappresentano. Si parte da una fotografia in primo piano della persona, questa viene stampata in formato A3 e, con l’utilizzo di un lucido, la persona ricalca il contorno del proprio volto. Sempre lavorando sul lucido viene fatto il vero e proprio autoritratto, ognuno è chiamato a comporre il proprio volto utilizzando segni, simboli, oggetti che in qualche modo raccontano della propria vita, del proprio percorso o viaggio. Ogni autoritratto viene stampato in serigrafia su maglietta e poster che l’autore porta a casa con sé. Questo permette di seguire e realizzare in prima persona l’intero processo di stampa serigrafica. Infine vengono creati dei momenti ad hoc per la raccolta di piccoli frammenti di storie autobiografiche.
L’obiettivo del laboratorio è quello di creare uno spazio in cui le persone richiedenti asilo si sentano incoraggiate ad assumere la propria diversità e a concepire la propria identità come la somma delle proprie diverse appartenenze senza confonderla con una sola che spesso si esaspera e diviene strumento di esclusione.
Uno spazio in cui, ricorrendo al disegno, al segno grafico, e abbattendo gli ostacoli del linguaggio verbale si possa ritrovare il filo dell’espressione del racconto di sé stessi.
L’obiettivo è quello di creare uno spazio in cui le persone richiedenti asilo si sentano incoraggiate ad assumere la propria diversità e a concepire la propria identità come la somma delle proprie diverse appartenenze senza confonderla con una sola che spesso si esaspera e diviene strumento di esclusione.
Uno spazio in cui, ricorrendo al disegno, al segno grafico, e abbattendo gli ostacoli del linguaggio verbale si possa ritrovare il filo dell’espressione del racconto di sé stessi.
Chi siamo
Innumerevoli è un progetto di Serigrafia Tantemani, ideato e sviluppato da Cooperativa Sociale Patronato San Vincenzo.
Tantemani nasce come laboratorio formativo per ragazzi con diverse abilità cognitive e relazionali all’interno di un centro di formazione professionale.
Durante l’anno scolastico transitano nel laboratorio diversi ragazzi – circa una ventina – ognuno con obiettivi e motivazioni diverse. Tutti però lavorano con noi, a tante-mani.
La serigrafia è nata come un piccolo laboratorio scolastico all’interno di un corso specifico per ragazzi con difficoltà e poche autonomie. E poi si è ingrandita arrivano anche a fare stampa su commissione e a sviluppare nuovi laboratori, come Innumerevoli e Laboratorio Tantemani e nuovi progetti come Pigmenti(progetto di arte pubblica e workshop creativi).
La serigrafia è un lavoro artigianale fatto di compiti via via più complessi che bene si adatta alle diverse capacità dei ragazzi. E’ anche qualcosa di “magico” e questo è fondamentale per far appassionare e motivare questi studenti.
Pigmenti è il progetto di arte pubblica e workshop creativi della Serigrafia Tantemani.
lunedì – venerdì: 15.00 – 18.00
sabato e domenica: 15.30 – 18.30
ufficio.cultura@comune.treviglio.bg.it
tel. +39 0363 317502
+390363 317506
a cura di Sara Fontana
In occasione della sua prima personale, Edoardo Manzoni (Crema, 1993) indaga le superstizioni e i riti propiziatori della tradizione popolare italiana. Tali usanze vengono tramandate negli anni, fino ad arrivare agli odierni motori di ricerca. L’artista sfrutta elementi e formule magiche per creare delle opere “portafortuna”, giocando sulla ricerca personale di benessere finanziario e sull’aura magica generata attorno ai lavori d’arte. Fondamentale, per la costruzione della mostra, è l’idea di ricerca – tra sacro e profano – di un “risultato magico” come volontà dell’uomo di dominare la natura.
La magia, mediante le sue pratiche, si è sempre configurata come un tentativo di ordinare e di comprendere il mondo, forgiando un senso attorno al quale l’esserci possa darsi come un’entità certa e garantita, come presenza. In questo modo il mondo magico rappresenta il primo momento dello sviluppo dell’autocoscienza. Definire ciò in senso negativo come non-cultura o come non-umanità mostra un pregiudizio connaturato al nostro pensiero razionale, pregiudizio che al tempo stesso, però, lo limita nelle possibilità di comprendere realmente il reale, precludendo così ogni accesso verso un’autentica liberazione. Nel rappresentare l’oggetto come alter ego si compie una vera e propria identificazione simpatetica, dove il dramma della nostra presenza evanescente nel mondo viene risolto mediante il riconoscimento di questa stessa presenza nell’oggetto, in modo da poterla riconquistare e trattenere.
Nella personale trevigliese Manzoni converte lo spazio espositivo in un ambiente magico-protettivo, riflettendo su un possibile parallelismo tra la produzione di opere d’arte e la produzione di oggetti magici. L’azione del ready-made e l’aspetto performativo generano una forza inattesa, alimentata dalla fiducia dell’artista, e di noi tutti, in un determinato oggetto o in una particolare azione, come tentativo di comprendere il reale e di essere compresi.
Le installazioni in mostra toccano questioni legate al magismo e alla superstizione: le sculture divengono altari per presentare amuleti e intrugli propiziatori; elementi naturali come rami e oggetti antichi recuperati vengono trasformati in opere e proposti come spunto di riflessione sulle credenze popolari, in particolare quelle del mondo contadino, un ambito tematico assai caro all’artista.
Luna, Ruta, Tuono, Quercia inaugura nell’ambito di The Blank ArtDate – Sacro/Sagra (26 27 28 Maggio 2017).
La settima edizione di The Blank ArtDate, le tre giornate dedicate all’arte contemporanea organizzate a Bergamo, è strutturata sull’esempio della festa popolare e riflette sul tema del Sacro.
Edoardo Manzoni nasce a Crema nel 1993. Attualmente vive e lavora a Milano. La sua ricerca artistica parte sempre dal contesto rurale dove è cresciuto, rielaborato in una continua ricerca di nuove forme e immaginari. La sua pratica ruota intorno al recupero, all’accostamento e alla manipolazione, talvolta anche con le tecnologie digitali, di oggetti e materiali differenti. Attualmente frequenta il Biennio Specialistico in Arti Visive e Studi Curatoriali presso NABA – Nuova Accademia di Belle Arti. I suoi lavori sono stati esposti in diversi contesti, tra cui citiamo: The Great Learning, 2017 (Triennale di Milano), Betulla, 2016 (Sonnenstube, Lugano), Teatrum Botanicum / Emerging talents, 2016 (PAV, Torino), CMD+R, 2016 (Fondazione Pini, Milano) e l’edizione 2015 di Academy Awards (CAEROF, Milano).
Lunedì – Sabato: 10.00 – 12.30 / 16.00 – 19.30
Via Palma il Vecchio 18/e
24128 – Bergamo
tel.+39 035 403374
triangol3@triangoloarte.191.it
Dominus Flevit è una mostra che ha l’intento di creare, attorno alla croce, un’atmosfera che oltre ad abbracciare il sacro faccia riflettere sulle azioni dell’uomo, siano queste di devozione, di fede o altro.
photo@ Marco Ronzoni
martedì – sabato: 14:00 – 19:00
Via Casalino 25
24121 Bergamo, Italia
tel. +39 035 247418
www.thomasbrambilla.com
info@thomasbrambilla.com
In questi momenti, in cui l’arte si manifesta come accumulo di spettacoli artistici, visti soprattutto
come intrattenimento comunitario, sorge la necessità della sosta e della riflessione. Sia le grandi kermesse di Venezia e Kassel, che il proliferare di fiere ed aste, creano e moltiplicano un accesso, veloce e disinvolto, che non tiene conto delle peculiarità dell’opera e si limita a focalizzare l’attenzione sul contesto espositivo o sul prezzo.
Per un ritorno ai fondamenti dell’arte, costituito di uno sguardo riflessivo e contemplativo, la galleria Thomas Brambilla è lieta di presentare il progetto Wunderkammer. Verrà scelta una singola opera di un artista ed esposta in uno apposito spazio; uno spazio in cui l’opera non cercherà né attirerà spettatori, bensì ammiratori e conoscitori. L’opera si presenterà alla sosta riflessiva dell’amatore, proponendosi come dialogo tra la propria esistenza e lo sguardo dell’appassionato d’arte.
Il primo appuntamento del ciclo Wunderkammer ospita Overman, un’installazione di Oscar Giaconia. La messa in scena di un “tempo morto” attraverso il piccolo ritratto di un vecchio fisherman e di un guardiano di porci. Internati nei rispettivi reliquiari sintetici, questi sorveglianti trovano nell’isolamento la condizione necessaria all’esercizio della propria specializzazione.
Sono immagini-ospite che si apprestano ad essere colonizzate dal proprio parassita: come “fori pilota”, si faranno attraversare da una concatenazione di ruoli destinati all’inabissamento, all’abbandono.
Oscar Giaconia è nato nel 1978 a Milano, vive e lavora a Bergamo. Ha studiato presso l’Accademia di Belle Arti di Brera. Ha partecipato a diverse collettive, fra le quali: Too big or not too big presso la galleria Thomas Brambilla, Fuori quadro. Follia e cratività fra arte, cinema e archivio, curata da Elio Grazioli, alla Sala di Porta Sant’Agostino, Bergamo, Peintures presso il Musée Saint-Loup a Troyes, e Happy Ending presso FRAC Champagne-Ardenne, Reims e molte altre.
La sua prima mostra personale Alea si è tenuta presso la galleria Thomas Brambilla (2012), e successivamente ha tenuto personali presso lo spazio BACO ed National Museum of Natural History di Mdina, Malta.
giovedì e venerdì: 16.00 – 19.00
sabato: 16.00 – 19.00
gli altri giorni su appuntamento.
via G.B. Moroni 16/a
24122 Bergamo
tel.+39.3472415297
info@viamoronisedici.it
Fotografie di Davide Conventi
Racconto di Giulio Ferrari
Cosa c’è di più sacro della volontà dell’ uomo che cerca tra gli anfratti e le infinite pieghe della realtà attimi di spiritualità?
Davide Conventi non può fare a meno di notare e di fotografare, prima con forte disappunto, ma poi stregato e affascinato, abbandonati tra inopportuni rifiuti, divani abbandonati, ai margini dei campi, sui bordi delle strade, nei paesaggi piani e spesso velati di nebbia delle province di Modena, Reggio Emilia e Bologna.
E’ affascinato dall’ aurea di questi relitti, custodi un tempo di calde intimità, di meritati riposi dalle fatiche quotidiane ed ora rifiuti inutili, strana metafora del nostro ineluttabile divenire.
Il primo divano è del 2010, l’ultimo del 2015, scrive Davide Conventi, e la prima idea fu di provare a sedersi e fotografare ciò che vedevo, ma sarebbe stata una visione limitata, ristretta al reale, quindi ho pensato di “viaggiare”. Esorcizza così, con il “viaggio”, l’ ineluttabile nostro divenire, accompagnando ogni fotografia di divano abbandonato, ad una fotografia di un tratto di strada, lungo un cammino, durante un percorso, che diventa metafora del nostro vivere quotidiano. Le fotografie sono accompagnate dal racconto di Giulio Ferrari “ Di vani abbandonati e altre felicità minori “. Il testo, che si spalma con ritmo lento e cadenzato, adopera un gergo popolare incisivo e ruota attorno a situazioni ispirate dai divani abbandonati che mostrano senza pudore interiora e ossa rotte, come totem dimenticati.
Maria Beatrice Bonzani
…”che secondo me il punto sta lì, che su quei divani ne son passate così tante di storie e passioni e abbracci e risate e sudori e amplessi e lotte che nessuno ha poi più il cuore di liberarsene definitivamente, e allora li appoggia a bordo di una strada, lungo un fosso, in un parcheggio, lasciando a loro un ulteriore fatato scampolo di vita selvaggia, non più in cattività.”
Giulio Ferrari