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    Eventi
    SUBSTRUCTURE - SQUAREWORLD
    [= SUBSTRUCTURE ===== SQUAREWORLD =]
    ACCADEMIA DI BELLE ARTI G. CARRARA
    02.06.17 - 09.07.17

    Opening: 2 luglio 2017 – ore 18.30
    orari: 15:00 – 18:00
    c/o Giacomo, Via G. Quarenghi 33, Bergamo

    Per info Accademia di belle arti G. Quarenghi:
    +39 035 399563
    segreteria@accademiabellearti.bg.it
    www.accademiabellearti.bg.it

    Per info Squareworld:
    info@squareworld.net
    www.squareworld.net

     



        [== LINK ==]

    L’Accademia di belle arti G. Carrara è lieta di presentare Substructure, il quarto dei cinque progetti selezionati tramite bando rivolto a studenti e diplomati dell’Accademia che verranno ospitati negli spazi di Giacomo nel corso del 2017.

    Squareworld è un network di giovani artisti tra i 18 e 35 anni che operano nelle arti visive e performative. Dal 5 giugno gli artisti di Squareworld si sono stabiliti all’interno degli spazi di Giacomo siti in via Quarenghi 33, adibendoli a laboratorio/studio per gli artisti del network. Lo spazio è stato organizzato secondo sia le esigenze del singolo che del gruppo, con postazioni individuali e una zona comune di condivisione, permettendo la convivenza di idee e pratiche differenti.
    L’interesse del progetto è rivolto allo spazio pubblico (urbano) e alle strutture che lo caratterizzano. Durante il periodo della residenza queste dinamiche sono state affrontate con modalità e pratiche differenti, momenti di lavoro individuali e occasioni di condivisione anche con artisti esterni al network.
    ll laboratorio si conclude domenica 2 luglio con l’inaugurazione di Substructure, mostra che apre alla città gli spazi del laboratorio sito in via Quarenghi 33 e restituisce alla città gli esiti del progetto. In occasione dell’inaugurazione lo spazio urbano ospiterà gli interventi di due artisti del network: all’incrocio Largo Medaglie d’Oro sarà esposta la video-installazione Artist’s eyes di Mattia Cesaria a partire dalle 18:30; nella Piazza Cavour Anna Banfi creerà la video proiezione Real light a partire dalle 21:00.

    Espongono: Anna Banfi, Luca Brama, Simona Carrello, Mattia Cesaria, Matteo Concilio, Giulia Davl, Giulia De Martiis, Paolo Gamba, Nicola Ghiradelli, Tecalign Gatti, Jan Hartungen, Federico Orlando, Francesco Penci, Carlo Persico, Marco Pigoli, Caterina Pogna, Francesca Germana Romano, Pietro Vitali.

    ART UP 07/17 - RINO CARRARA
    [== ART == UP ==== 07 === 17 ====== RINO = CARRARA ===]
    ART UP – BANCA POPOLARE DI BERGAMO
    03.07.17 - 31.07.17

    Lunedì – venerdì: 8.20/13.20 – 14.40/16.10
    INGRESSO LIBERO

    Banca Popolare di Bergamo, Piazza Vittorio Veneto n. 8 – Bergamo



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    ART UP 07/17 – RINO CARRARA
    a cura di Enrico De Pascale

    Rino Carrara, Mosso in blu e nero n. 291
    1988 – trapunto filo di cotone blu e nero, tela blu mossa – cm 100 x 100
    Bergamo, collezione Banca Popolare di Bergamo

    L’opera è emblematica della fase più apprezzata e nota dell’artista, che ha inizio nella seconda metà degli anni Sessanta dopo la stagione informale. Influenzata dalle ricerche spazialiste, la svolta di Carrara porta a una considerazione del quadro come luogo di accadimenti minimali e antinarrativi in cui i fili suggeriscono al tempo stesso tensioni dinamiche e orientamenti strutturali. La reiterazione dei fili-segni secondo diramati percorsi che si incrociano nello spazio configura una trama di qualità musicale, animando la superficie nel duplice senso della melodia (orizzontale) e dell’armonia (verticale). Al tempo stesso l’opera realizza l’obiettivo di sussumere nel linguaggio “colto” dell’arte visuale una tecnica antica e sapiente quale quella sartoriale.

    Rino Carrara (Bergamo 1921-2010)
    Dal 1947 Rino Carrara è a Milano dove frequenta Fontana, Castellani, Manzoni. Partecipa a numerose mostre collettive e tiene personali alla Galleria Totti di Milano (1957) e alla Pater (1958 e 1959) presentate da Emilio Tadini e Franco Russoli. Nel 1959 partecipa all’ultima edizione del Premio Bergamo
e negli anni seguenti alla XXI Biennale Nazionale di Milano e al Premio Michetti. Negli anni
    Sessanta abbandona l’informale per sperimentare nuove pratiche operative che valorizzano la manualità artigianale; inizia a produrre grandi tele monocrome intessute con fili di cotone e seta. Nel 1998 una sua antologica è allestita alla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo a cura di Vittorio Fagone. Nel 2001 è stato insignito del Premio Ulisse dalla Provincia di Bergamo.

    DA DUCHAMP A CATTELAN. ARTE CONTEMPORANEA SUL PALATINO
    [=== DA == DUCHAMP == A ==== CATTELAN. = ARTE == CONTEMPORANEA === SUL ==== PALATINO =]
    ART UP – BANCA POPOLARE DI BERGAMO
    27.06.17 - 29.10.17

    Foro Palatino
    Via di San Gregorio n. 30 – Roma

    Per info:
    collezione@altartecontemporanea.it
    +39 334 9233010



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    a cura di Alberto Fiz e Tullio Leggeri

    L’arte contemporanea torna a confrontarsi con l’archeologia nella mostra Da Duchamp a Cattelan. Arte contemporanea sul Palatino curata da Alberto Fiz, che presenta 100 opere -dal 28 giugno al 29 ottobre 2017- tra grandi installazioni, sculture, dipinti, fotografie e opere su carta di artisti provenienti da 25 diverse nazioni.
    Accanto a maestri riconosciuti come Marina Abramović, Gino De Dominicis, Marcel Duchamp, Gilbert & George, Joseph Kosuth, Barbara Kruger, Richard Long, Allan McCollum, Vettor Pisani, Michelangelo Pistoletto, Remo Salvadori, Mario Schifano, Mauro Staccioli, sono proposti i lavori realizzati da alcuni tra i più significativi esponenti delle ultime generazioni quali Mario Airò, Maurizio Cattelan, Anya Gallaccio, Cai Guo-Qiang, Claudia Losi, Paul McCarthy, Sisley Xhafa, Vedovamazzei e Luca Vitone. Non manca, poi, una serie di lavori realizzata da designer e architetti quali Ugo La Pietra, Gianni Pettena e Denis Santachiara.
    All’interno dello Stadio Palatino e del peristilio inferiore della Domus Augustana, con le terrazze e le Arcate Severiane, la mostra articola le sue tematiche essenziali: le Installazioni architettoniche in situ, efficace accostamento tra archeologia e arte contemporanea; le Mani, disegnate, fotografate, dipinte, scolpite, simbolo comunicativo e forza creatrice; i Ritratti, traccia identitaria per eccellenza e genere artistico dove gli antichi romani hanno primeggiato.
    Architettura, identità, comunicazione, creazione sono temi che la contemporaneità interpreta spesso con disinvolta ironia, in maniera destabilizzante, rifiutando ogni dogma: a confronto con le maestose architetture dei palazzi imperiali del Palatino, questi materiali ci interrogano sul senso del tempo e della permanenza. Sono interventi, molti dei quali creati appositamente per questo progetto al Palatino, che non vogliono essere rassicuranti ma, senza chiedere permesso, i segni del presente suggeriscono differenti percorsi di comprensione dell’antico.
    I lavori provengono dal museo ALT creato dall’architetto Tullio Leggeri, tra i maggiori collezionisti italiani che, fin dagli anni ’60, ha caratterizzato il suo rapporto con gli artisti sviluppando i loro progetti e suggerendo soluzioni tecniche e creative. Tra le monumentali rovine, viene esposta una significativa selezione delle oltre 1000 opere che costituiscono la sua raccolta.
    Dopo Post Classici (2013) e Par Tibi, Roma, Nihil (2016), anche Da Duchamp a Cattelan. Arte contemporanea sul Palatino è promossa dalla Soprintendenza Speciale di Roma – Archeologia, Belle Arti e Paesaggio ed Electa, questa volta assieme all’Associazione ALT – Arte Lavoro Territorio.
    L’ideazione è di Francesco Prosperetti e Alberto Fiz.
    Oltre a essere la guida della mostra, il catalogo edito da Electa affronta la relazione tra antico e contemporaneo e vuole essere un invito a riflettere sulla memoria, il significato delle rovine e le visioni della modernità. Insieme al saggio introduttivo di Alberto Fiz, sono pubblicati interviste e interventi di Marcello Barbanera, Alessandro D’Alessio, Ugo La Pietra, Tullio Leggeri, Gianni Pettena, Francesco Prosperetti e Luca Vitone. Le opere in situ sono accompagnate da esaurienti schede critiche e da un ampio apparato fotografico.

    CLOROFILLA 3
    [== CLOROFILLA ==== 3 =]
    ACCADEMIA DI BELLE ARTI G. CARRARA
    14.06.17 - 24.06.17

    Mercoledì 14 giugno 2017, h 18.00
    c/o Accademia di belle arti G. Carrara,
    P.zza Giacomo Carrara 82/d, Bergamo
    Apertura: 15 – 16 giugno 2017 dalle 10.00 alle 17.00

    Venerdì 16 giugno 2017, h 18.00
    c/o Giacomo, via Quarenghi 33 e 44 c/d, Bergamo
    c/o QUARENGHI50, via Quarenghi 50, Bergamo
    Apertura: 17 – 24 giugno 2017 dalle 16.00 alle 17.00 (domenica chiuso)



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    L’Accademia di belle arti G. Carrara di Bergamo apre le sue porte alla città presentando al pubblico i lavori realizzati dagli studenti dei corsi di Pittura e di Nuove Tecnologie per l’arte durante l’anno accademico 2016/2017.
    La mostra si conferma un’occasione di collegamento tra la città e l’arte contemporanea, una possibilità per gli studenti di porre i propri lavori in comunicazione con il pubblico, creando un fondamentale confronto costruttivo. Per offrire maggiori possibilità di dialogo, quest’anno la mostra è diffusa su più location e l’opening è organizzato su due giornate.

    Mercoledì 14 giugno alle 18.00 inaugura la mostra nella sede storica dell’Accademia di belle arti G. Carrara in cui si potranno osservare i lavori dei corsi di Anatomia (docente Giovanni De Lazzari), Applicazioni digitali per le arti visive (docente Agustin Sanchez), Linguaggi e tecniche dell’Audiovisivo (docente Alessandro Mancassola), Metodologia progettuale della comunicazione visiva (docente Filippo Emiliani), Pittura (docenti Salvatore Falci e Liliana Moro), Sistemi interattivi (docente Ennio Bertrand), Tecniche dell’incisione – Grafica d’arte (docente Cinzia Benigni).

    Venerdì 16 giugno alle 18.00 inaugurano la mostre dei corsi di Fotografia presso Giacomo via Quarenghi 48 c/d (docenti Luca Andreoni e Roberto Marossi) e del corso di Pittura presso la galleria QUARENGHI50 in via Quarenghi 50 (docente Ettore Favini).
    Negli spazi di Giacomo al civico 33 di via Quarenghi verrà presentato in occasione dell’inaugurazione il video realizzato dal corso di Linguaggi e tecniche dell’Audiovisivo (docente Sara Rossi).

    RENZO NUCARA, CARLA VOLPATI - ARBRE MAGIQUE MADRE NATURA
    [=== RENZO ==== NUCARA == CARLA === VOLPATI === ARBRE == MAGIQUE ==== MADRE == NATURA =]
    GALLERIA ELLENI
    27.05.17 - 17.06.17
        [== LINK ==]

    Come una madre, la natura genera e si rigenera in un flusso continuo. La sacralità della natura si afferma in antichi miti e riti di devozione dove ciclicità stagionale e religiosità si intrecciano in cerimonie propiziatorie, purificatrici o legate alla rinascita. Oggi passa anche attraverso il profondo rispetto per ciò che ci circonda e al quale apparteniamo senza riserve.
    L’istallazione ARBRE MAGIQUE MADRE NATURA di Renzo Nucara e Carla Volpati alla Galleria Elleni ha come protagonisti alberi di colore diverso a rappresentare le tre grandi fasce climatiche della terra: poli, zona temperata, zona desertica, ai quali si aggiunge il blu di oceani e mari.
    Le silhouette di animali, personaggi, foglie e fiori definiscono la forma iconica dell’albero, che con le sue radici ancorate al suolo e i suoi rami protesi verso l’alto, connette terra e cielo, naturale e soprannaturale.
    L’albero ha un grande valore simbolico non solo per la sua verticalità. E’ albero della vita e della conoscenza nel giardino dell’Eden, rappresenta la vitalità del cosmo nel suo processo di germinazione, crescita ed espansione. E’ il respiro ossigenante del mondo, il rifugio di animali e uccelli. Regala frutti, ristora con la sua ombra, riscalda con il suo legno.
    Il progetto ARBRE MAGIQUE che Renzo Nucara e Carla Volpati portano avanti da alcuni anni nasce dall’incontro dei singoli percorsi artistici: gli animali di Renzo Nucara e i personaggi immaginifici, chiamati Puppet di Carla Volpati. Popolato o ricreato con la leggerezza delle sue sagome sospese, l’albero si trasforma in un Arbre Magique, sorprendendo spettatore e al tempo stesso trasmettendo a chi lo guarda un messaggio. Nel caso specifico rimanda al sacro della natura e al grande tema della sostenibilità.

    Renzo Nucara è tra i fondatori del gruppo Cracking Art.
    Alle installazioni con il gruppo ha sempre affiancato la sua ricerca artistica, che negli anni recenti si è focalizzata su opere in plexiglas: Stratofilm (strati di metacrilato che inglobano oggetti ritrovati o del quotidiano) e Shape (forme e animali che contengono altre forme).

    Carla Volpati ha iniziato il suo percorso artistico alla fine degli anni novanta, con opere composte da “frammenti di natura” (ciottoli, piccoli sassi) dall’impronta quasi zen per arrivare a sequenze più complesse, all’uso deciso del colore e a maggiore varietà di materiali. A partire dal 2010, con la serie “Made in Italy”, realizza cicli di opere: In fila per sette, Puppets e Inabox.

    DOROTHY BHAWL - SANTA SANGRE
    [= DOROTHY == BHAWL ====== SANTA = SANGRE ===]
    STUDIO D’ARTE MARCO FIORETTI
    27.05.17 - 30.06.17

    Via San Giovanni, 14
    24121 – Bergamo

    info@spaghettipop.com



        [== LINK ==]

    Prima mostra personale a Bergamo dell’artista fotografo Dorothy Bhawl.
    Le opere verranno trasmesse anche sul video posto nella vetrina della galleria, in modo che l’intera mostra sarà fruibile al pubblico di passaggio.

    COLLETTIVO OPSI - ALL MY FRIENDS ARE DEAD
    [=== COLLETTIVO === OPSI === ALL = MY == FRIENDS == ARE ==== DEAD ==]
    ACCADEMIA DI BELLE ARTI G. CARRARA
    26.05.17 - 10.06.17

    giovedì – sabato: 16.00 – 18.30

    Giacomo, Via G. Quarenghi, 48 c/d e 33, Bergamo
    tel. +39 035 399563
    segreteria@accademiabellearti.bg.it
    www.accademiabellearti.bg.it



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    a cura di Jessica Bugini e Gaspare Tosi

    L’Accademia di belle arti G. Carrara è lieta di presentare All my friends are dead, il terzo dei cinque progetti selezionati tramite bando rivolto a studenti e diplomati dell’Accademia e che verranno ospitati negli spazi di Giacomo nel corso del 2017. La mostra espone le opere del collettivo OPSI ed è curata da Jessica Bugini e Gaspare Tosi.
    Reperti post apocalittici, pandemia virtuale, messaggi olografici, visioni archetipiche, iconoclastia digitale, il collettivo OPSI studia ipotetici scenari catastrofici attraverso installazioni e media differenti.

    La fine è certa ma non il suo iter
    Il caotico tempo che rimane
    Ciò che è sopravvissuto all’apocalisse

    Niente saccheggi, niente violenza gratuita, niente lacrime. Solo amore. Abbandonare la realtà tangibile e dedicarsi completamente a quella virtuale può essere la soluzione all’estinzione di massa. È come se fossimo in un gioco. Ci attaccano. Lottiamo contro alieni, fenomeni naturali e contro noi stessi. Dobbiamo sopravvivere. Laggiù c’è un avamposto abbandonato, una cupola artificiale sulla cima di una collina, uno dei residui della guerra fredda, i resti degli americani a Berlino. Una maschera, la fine di una civiltà e l’origine di una cultura che non teme la morte ma ha paura di non vivere. La fine non ha forma, non si può toccare, ma rimbomba nelle orecchie come un motore che si avvicina. Ogni giorno produciamo materiale che potrà essere riletto in futuro, in questo modo tramandiamo i saperi e archiviamo i ricordi. Nel caso di una possibile scomparsa del genere umano, chi decifrerà queste tracce?

    Il collettivo OPSI è composto da Adami Tea, Abate Andrea, Bugini Jessica, Chumpitaz Gianella, D’Onghia Francesca, Duccoli Matteo, Faggioli Irene, Foti Cuzzola Davide, Ghislandi Alessandro, Pirez Sosa Candelaria, Ravelli Martina, Rota Stefania, Tosi Gaspare, Zorzi Ekaterina.

    DARIO GUERINI - LE SANTE MARIE DEL MARE
    [=== DARIO === GUERINI ==== LE == SANTE ==== MARIE === DEL ==== MARE ==]
    QUARENGHICINQUANTA
    26.05.17 - 10.06.17

    mercoledì – venerdì: 15.00 – 19.00
    sabato: 10.00 – 12.30 / 15.00 – 19.00
    domenica solo su appuntamento:
    335 5382238 / 338 9722799

    Via G. Quarenghi 50, Bergamo
    info@quarenghicinquanta.org



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    Un tuffo affascinante nella folcloristica tradizione religiosa dei rom, dentro un raduno annuale che richiama in pellegrinaggio gitani da tutto il mondo. Una coinvolgente miscela di sacro e profano, verità e leggenda, mito e ragione, mistero e certezza, fede e idolatria. Contraddizioni profonde e pittoresche che affascinano l’occhio di chi non è abituato alla loro suggestiva e allegra cultura.

    Lo scenario che si apre davanti agli occhi di colui che arriva in questa terra, può far sentire spaesato. Chitarre che suonano il flamenco e donne che ballano, miriade di ristoranti che offrono a buon prezzo un piatto di paella di mare e una grande arena lungo la passeggiata a mare. In realtà non siamo in Spagna, bensì nel sud della Francia, circondati da una natura rigogliosa. Il nome del paese, che risale al 1838, in seguito alla ricostruzione ultima della chiesa, è legato a due donne. La leggenda narra che durante le persecuzioni cristiane, un piccolo gruppo di persone, fra cui Santa Maria Jacoba e Santa Maria Salomè, fuggì grazie ad una piccola imbarcazione a vele e senza remi, guidata esclusivamente dal volere di Dio. L’imbarcazione fu condotta dalla Terra Santa, proprio sulle coste della Camargue. Dopo il loro arrivo, le due Marie rimasero su queste terre per predicare il cristianesimo. Da loro il nome Les Saintes Maries de la mer. La storia parla anche di una terza donna, che poi rimase legata per l’intera vita alle Marie, diventandone la serva. Il suo nome era Sara, scura di carnagione, molto giovane e dai lineamenti dolci. Riguardo alla sua esistenza esistono più versioni dei fatti. La prima ipotesi la vede profuga, con le altre donne, sulla zattera guidata da Dio; l’altra, porta avanti l’idea che Sara fosse già su queste terre quando le altre vi arrivarono. La reale esistenza delle sante fu dimostrata, in seguito, da scavi effettuati in queste terre, in seguito ai quali furono ritrovati dei corpi di donna posti a croce, proprio nel punto in cui sorgeva l’altare maggiore della prima chiesa del villaggio. Il fatto di trovare dei corpi sepolti in un punto in cui in passato sorgeva un luogo di culto, fu un grande indizio al fine di capire l’importanza delle due donne. Nella tradizione religiosa era solito svolgere delle Sante Messe proprio nel luogo in cui si trovavano sepolte delle Sante Reliquie. Dopo questa scoperta, il piccolo paese divenne luogo di pellegrinaggio da tutto il mondo. La processione nei primi anni si svolgeva solo in onore delle due Marie, ma dal 1935 fu approvata della Chiesa e poi effettuata anche in onore di Sara. Il merito di questo riconoscimento fu del Marchese Folco de Baroncelli. Lui, nobile italiano esiliato ad Avignone con la famiglia, s’innamorò a tal punto della Camargue da abbandonare la vita nobile per diventare un buttero. Portò avanti le tradizioni di questa terra, legò fin da subito con butteri, guardiani e zingari, abitanti già insediati. Così nasce il pellegrinaggio, che da anni conta tre giorni di feste e cerimonie. Durante questo arco di tempo, il paese di Les Santes Maries de la mer si riempie di gente, che arriva da tutto il mondo per assistere alla processione che dalla piazza centrale giunge fino in mare. Da trent’anni ormai, fra i numerosi pellegrini che arrivano in questa terra francese, si contano migliaia di gitani o zingari, come vengono chiamati con uso improprio del termine. Questa mescolanza risale solo al 1953. In passato loro non erano ammessi alla processione poiché la chiesa non li riconosceva parte integrante dei fedeli. Solo dopo le persecuzioni naziste, di cui i gitani furono grandi vittime, la chiesa li ha riconosciuti come tali. La loro presenza, oltre che a mobilitare il villaggio, crea un’atmosfera unica. In ogni angolo di strada, si possono udire canti popolari gitani, accompagnati dal suono duro e ritmato delle chitarre. Le donne indossano vestiti sgargianti e larghi, dalle balze in fondo, spesso a pois neri su uno sfondo colorato. Tanti anche i bambini che scorrazzano indisturbati per le strade. Questi giorni di festa, oggi divenuti anche motivo di viaggio per semplici turisti curiosi, avvengono in due momenti precisi dell’anno. Il primo, il 24, 25 e 26 di maggio; mentre il secondo si ripete a metà ottobre con qualche piccola differenza. Il più conosciuto e il più colorato, rimane in ogni caso il primo, grazie anche alla buona stagione. Già qualche giorno prima dell’inizio dei festeggiamenti, infatti, il paese si veste a festa. Gli ospiti più attesi sono i gitani. Il loro arrivo riempie letteralmente ogni spazio vuoto del paese. Giungono qua con i loro caravan, formando così dei piccoli agglomerati room, ovunque ci sia posto. Lo scopo del loro pellegrinaggio è quello di commemorare la loro santa protettrice, “Sara la Kalì”, che nella loro lingua significa sia zingara sia nera. In realtà, il paese è ben preparato al loro arrivo in massa. Ogni anno, infatti, un campeggio intero, quello più vicino al centro, gli viene riservato interamente. Il paese si popola così, fra gitani, turisti, pellegrini e pochi francesi (che per la maggioranza lasciano il paese durante i tre giorni). La festa ha inizio la mattina del 24, con la messa che apre il periodo di processione. Il primo rintocco delle campane richiama il popolo a radunarsi in chiesa e nei dintorni della piazza. La gente solitamente è così numerosa che da qualche anno è stato installato un sistema d’amplificazione esterna in modo da seguire la messa anche stando in strada, o addirittura sul tetto della chiesa. All’interno di questa la luce soffusa delle sole candele crea un’aria di religioso silenzio, mentre all’esterno, fra una massa di persone, i guardiani a cavallo si sistemano sulla piazza. Il fulcro attorno al quale si sviluppa la cerimonia è Notre-Dame-de-la-Mer, Nostra Signora del Mare, una imponente chiesa-fortezza che fu costruita ai tempi di Carlo Magno probabilmente sopra una precedente cappella merovingia. Chiamarla fortezza non è un eufemismo: durante le frequenti incursioni dei pirati saraceni, gli abitanti del paese si riparavano con il loro bestiame tra le sue solide mura e potevano restare al sicuro per lungo tempo grazie anche alla presenza di un pozzo le cui acque sono tuttora considerate miracolose. L’edificio, costituito da un’unica navata, è oscuro e cavernoso. Durante la messa vengono esposte ai piedi dei gradini che portano all’altare le statue delle due Marie per essere venerate, accarezzate e abbracciate. Una breve rampa di scale scende per condurre nella minuscola oscura cripta, in cui le fiammelle di centinaia di candele illuminano a malapena la figura di una fanciulla dalla pelle color ebano, avvolta in mantelli riccamente ricamati e adorna di gioielli. E’ Sara la Kali, Sara la Nera, santa Sara, la misteriosa dea-patrona degli zingari, la cui santità non è mai stata riconosciuta dalla Chiesa cattolica. La sua immagine è circondata da numerosi ex-voto, ricordi, preghiere e doni lasciati dai gitani provenienti da mezza Europa. Le candele e i lumini sono sempre accesi e il calore è talmente forte che le candele sono piegate e contorte come rami di una albero. Ci vuole un po’ di tempo per abituarsi al caldo opprimente della cripta, alla sensazione di claustrofobia e ad una sorta di stordimento che, con molta probabilità, è dovuto alla particolare energia emessa dalla sorgente sotterranea che alimenta il pozzo. Non a torto gli zingari chiamano questo spazio angusto il “ventre della madre”. Le sculture sono molto diverse nel loro genere: quella di Sara è coperta di mantelli impreziositi, da cui esce solo lo scuro viso, dallo sguardo dolce. Quella delle due Marie vede le due sante all’interno di una barca, che raffigura e simboleggia quella zattera che secondo la storia e la leggenda, fu condotta da Dio fino alla Camargue. Le statue, una volta scese, vengono poste sull’altare maggiore, davanti al quale viene celebrata la messa. In questa prima giornata però il rito sarà dedicato esclusivamente a Sara. La vera parte saliente della festa è la processione che inizia subito dopo la messa, aperta dai guardiani a cavallo che si fanno spazio fra la folla. I gitani dietro seguiranno a piedi. Durante il percorso i bambini, per la mano ad altri bambini o ai genitori, cantano a squarcia gola allegramente, mentre qualche adulto accompagna il ritmo con il proprio strumento. Dalla chitarra al violino, passando attraverso l’uso delle stesse mani come piccole percussioni. I vari canti vengono intervallati solo da alcune urla “Evviva Les Santes Maries, evviva Sara”. Solo quattro uomini gitani avranno l’onore di poter portare sulle spalle la barella di legno, con su la statua di Sara, lungo tutta la processione fino al mare. Arrivati in spiaggia, vi è l’entrata in acqua. A causa della temperatura e dell’abbigliamento, il ritmo di marcia rallenta. Coloro che hanno più problemi sono i fotografi e le donne, gitane e non. Molti sono i turisti che, con loro, entrano in acqua. In pochi secondi il mare si popola di gente, mentre tanti rimangono in spiaggia. Ecco il momento saliente che tutti aspettiamo: la barella di Sara verrà posta sul filo dell’acqua così a celebrare la sua unione a questa terra, per poi essere riportata in chiesa in spalla ai quattro uomini. Quando Sara è riportata in chiesa, comincia la messa fatta di preghiere in suo onore. Alla fine di questa, il rito della giornata sarà concluso, ma la serata e i canti si protrarranno fino a tarda notte. I gitani, con i loro ritmi flamenchi, rimangono in paese a suonare e a ballare instancabilmente e il paese si illumina con le lucine colorate dei ristoranti. Il giorno seguente viene ripresentata tutta la cerimonia con l’unico cambiamento, che in questa circostanza verranno condotte in mare le statue delle due Marie e non quella di Sara. Ciò provoca un’affluenza ridotta al pellegrinaggio, poiché nonostante i gitani siano ancora in paese, non accorrono numerosi al rito. La loro protettrice è solo Sara. Il terzo ed ultimo giorno è particolare e non vede l’evolversi del rito dei giorni precedenti. Ciò lo rende diverso ma non per questo meno festoso. Durante la mattinata sfilano, infatti, i guardiani a cavallo, seguiti dai tori che verranno scortati fino all’arena del paese. In questa regione, il toro, insieme al cavallo e al fenicottero rosa, è un forte simbolo. Durante la giornata, all’interno dell’arena verranno svolti giochi e spettacoli che dureranno tutto il pomeriggio. Fra l’arrivo dei guardiani e l’inizio dei giochi e degli spettacoli nell’arena, però, avviene una cerimonia alla tomba del Marchese di Baroncelli. A lui i guardiani devono molto, perché una sua opera fu quella di fondare la “Nation Guardiane” (Nazione dei Butteri) con lo scopo di difendere la Camargue e le sue tradizioni semplici, legate alla natura e agli animali. Furono gli zingari e i guardiani, infatti, ad organizzare il funerale del Marchese. Si racconta, anche, che oltre trecento tori seguirono passo a passo la processione funebre dell’uomo. Durante questa terza giornata di festa si commemorano lui e le sue opere fatte in questa terra alla quale lui si legò fin dall’inizio della sua permanenza. La fine della festa coincide con il calar del sole quando i guardiani riportano fuori città i tori. È molto bella l’immagine di questi uomini che si allontanano, insieme agli animali, dal luogo di festa. Vedendoli di spalle mentre si allontanano, siamo pervasi da un miscuglio di sensazioni. Come se il tramonto fosse un grande sipario che si sta chiudendo.

    FRANCESCO PEDRINI - AMPLITUDE
    [== FRANCESCO ==== PEDRINI ====== AMPLITUDE ==]
    BACO
    28.05.17 - 25.06.17

    Sabato e domenica: 10.30 – 12.30 / 14.30 – 17.30
    Da lunedì a venerdì apertura su appuntamento

    Palazzo della Misericordia, via Arena, 9 – Città Alta, Bergamo
    spaziobaco@gmail.com



        [== LINK ==]

    a cura di Sara Benaglia e Mauro Zanchi

    Amplitude è un momento del percorso di ricerca di Francesco Pedrini, nato dall’esigenza di comprendere e contenere il cielo.
    Dal 2009 l’artista bergamasco cerca di fermare il contemporaneo infinito ridisegnando tutte le stelle della volta celeste. L’incontro con specie di telescopi acustici apre a una ulteriore dimensione di confronto, mediata da poetici strumenti di ascolto del cielo. La cecità gestuale e ottica genera un cortocircuito assoluto. L’illustrazione del buio della contemporaneità del filosofo Giorgio Agamben guida come un faro la ricerca sulle dimensioni dello spazio di Pedrini: “Nell’universo in espansione, le galassie più remote si allontanano da noi a una velocità così forte che la loro luce non riesce a raggiungerci. Quel che percepiamo come il buio del cielo è questa luce che viaggia velocissima verso di noi e tuttavia non può raggiungerci, perché le galassie da cui proviene si allontanano a una velocità superiore a quella della luce. Percepire nel buio del presente questa luce che cerca di raggiungerci e non può farlo, questo significa essere contemporanei”. Lo spostamento verso la chiusura degli occhi, nel tentativo di ascoltare il cielo, è conseguenza dell’incontro fallimentare con un infinito che per essere approssimato dai nostri sensi obbliga alla ricerca di nuove aperture. Ma al contempo è un esercizio dell’ampiezza. In mostra si vedono disegni ottenuti con l’impalpabilità della polvere, che è materia di cui è composto l’universo e gli oggetti che va a disegnare: stelle, nebbie, tornado.

    Pedrini crea protesi per un atto di puro ascolto del cielo, ispirandosi alle strumentazioni antiaeree della prima guerra mondiale, tramite le quali soldati e civili erano obbligati a decifrare i suoni che arrivavano dal cielo per proteggersi e sopravvivere. Feriti di guerra ciechi erano utilizzati come ascoltatori del cielo per intercettare aerei nemici, perché avevano acuito i sensi dell’udito. È partendo da queste considerazioni che l’artista ha costruito un proprio sound locator per captare i suoni della nebbia e nell’universo. Non ricercando la bellezza, né lo stile della forma, bensì un utilizzo plausibile di questi apparati. Pedrini ha fabbricato in modo artigianale questi strumenti paradossali per indirizzare l’ascolto verso ciò che si muove al di là del mondo, strumenti che devono evocare anche le forme delle trombe d’aria.

    I disegni dei tornado – fatti di polveri, pigmenti e grafite su una base d’acqua – sono materia d’indagine formale di tutte le innumerevoli formazioni che i vortici d’aria possono avere. L’approssimazione di un cammino precede una forma tangibile, mentre continuo è il fallimento di bloccare la mutevolezza di elementi eterei.

    L’idea di adottare un metodo di avvicinamento a manifestazioni di infinito è giunta a Pedrini durante un viaggio in Argentina. Nelle prime foto da lui realizzate nel campo di Pietra Pomez capisce che la sua ricerca vuole cogliere i caratteri universali del punto in cui nulla e infinito entrano in contatto. Il lavoro di Pedrini si sta spostando verso soggetti prossimi al nulla.

    Che cosa significa sentire il vento e guardare le mutazioni del giorno nella notte? Che cosa si vede guardando dentro al buio del tempo?

    GAETANO ORAZIO - DOMINUS FLEVIT
    [=== GAETANO ==== ORAZIO === DOMINUS ===== FLEVIT ==]
    GALLERIA TRIANGOLOARTE
    27.05.17 - 24.06.17

    Lunedì – Sabato: 10.00 – 12.30 / 16.00 – 19.30

    Via Palma il Vecchio 18/e
    24128 – Bergamo
    tel.+39 035 403374
    triangol3@triangoloarte.191.it



        [== LINK ==]

    Dominus Flevit è una mostra che ha l’intento di creare, attorno alla croce, un’atmosfera che oltre ad abbracciare il sacro faccia riflettere sulle azioni dell’uomo, siano queste di devozione, di fede o altro.

    ©THE BLANK 2017
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    GALLERIA TRIANGOLOARTE | GAETANO ORAZIO - DOMINUS FLEVIT | 27.05.17 - 24.06.17