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    TB BOARD | INTERVISTA A VALENTINA MEDDA
    TB BOARD | INTERVISTA A VALENTINA MEDDA
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    INTERVISTA A VALENTINA MEDDA
    ELISA MUSCATELLI

    ELISA MUSCATELLI – Come descriveresti la tua pratica artistica a chi vi si approccia per la prima volta?

    VALENTINA MEDDA – La mia pratica artistica si trova a cavallo tra diverse discipline, da un lato l’immagine, dall’altro la performance e l’installazione e l’intervento site specific. Faccio dei progetti che sono sempre legati al luogo, o quasi sempre, e spesso partecipativi. E nonostante il risultato finale del lavoro possa essere diverso come linguaggio, ritengo che il processo alla base della mia pratica sia sempre di natura corporea, fisica e performativa. L’oggetto d’indagine del mio lavoro è principalmente la relazione tra corpo e spazio, lo è stato per anni nella modalità in cui, con una modalità più esistenziale e intimista, il corpo mi serviva come elemento per riuscire a trovare nel luogo un senso quasi identitario, o comunque sia per tentare di riappropriarsi dello spazio. E poi pian piano questo oggetto d’indagine si è spostato in una dimensione un po’ più prettamente politica, anche filosofica, dove l’interesse non è più quello di vedere corpo e spazio come due entità separate, ma di vederli in realtà come in un dialogo continuo, dove c’è una perdita di confine fra i due elementi, quindi dove c’è da un lato una estensione dello spazio, questo spazio che diventa corpo e dall’altro un corpo che diventa sempre più ibrido. D’altronde uno dei miei riferimenti è sicuramente Merleau-Ponty, che parla di un corpo che nel suo essere nello spazio è la coordinata originaria. Per cui il corpo è strumento di osservazione, prospettiva dalla quale guardare le cose, ma esso stesso è spazio stesso e coordinata. I progetti partecipativi che realizzo sono progetti che raramente si indirizzano in partenza a una comunità, in “Cities By Night” è successo, ma perché mi interessava l’elemento della minoranza, della minoranza vulnerabile, e quindi ho preso come oggetto di studio le donne, ma sarebbe potuta essere qualsiasi altra minoranza che si percepisce vulnerabilmente all’interno dello spazio. Mi interessa invece la relazione e l’incontro appunto con l’altro, e mi interessa fare comunità attraverso il progetto. Ed è quello che succede in “Untitled#”, dove le persone nel diventare archivio diventano parti di una comunità transnazionale, che è legata dall’essere parte di questo progetto, ma che in partenza e in origine erano persone molto diverse fra di loro, e che non appartenevano sociologicamente a nessuna specifica categoria.

    EM – I tuoi lavori si basano spesso sulla partecipazione sociale. In che modo interpreti il ruolo dell’artista all’interno di questo incontro?

    VM – Credo d’altronde, e questa è una posizione assolutamente personale, che appunto l’artista debba creare un immaginario e sollevare delle domande e innescare dei meccanismi, che è quello che succede in “Cities By Night”, dove le persone una volta che fanno un’esperienza della versione performativa del progetto si ritrovano tra di loro a parlare di quello che è successo e quindi anche a parlare di forse anche possibili soluzioni. Non credo che l’artista debba fare il ruolo dell’urbanista, del politico o del comune. Non credo che stia all’artista dover sopperire a delle mancanze e dover fare dei progetti che sono al confine con l’attività sociale.

    EM – Cities By Night | Bergamo è il progetto presentato a Bergamo per Festival Orlando, un’opera che parla di donne e del loro rapporto con la città. Cosa ha fatto nascere l’esigenza di questo progetto? Come mai la scelta di prendere in esame il corpo femminile?

    VM – In “Cities By Night” quello che mi interessava era indagare la percezione del pericolo piuttosto che il pericolo. Perché credo che la reale pericolosità dello spazio non esista, o esista solo in certi termini, comunque non sia oggettiva. Ciò che è percepito pericoloso per me o,  ciò che è pericoloso per me, in base al mio posizionamento del mondo, al mio colore della pelle, alla mia identità, alla mia percezione di me stessa, la classe sociale eccetera, può non essere pericoloso per qualcun altro e viceversa. E in più in questa percezione, questa soggettività del pericolo è molto influenzata da preconcetti, pregiudizi, abitudini culturali e background eccetera. Quindi quello che mi interessava analizzare era da un lato la distinzione tra pericolo e percezione, e dall’altro il pensare, il sottolineare il fatto che la violenza, la prima violenza e poi anche la vera violenza, visto che le violenze sessuali avvengono in strada nella maggior parte dei casi, ma la vera violenza è la percezione di minaccia in sé, che fa sì che io auto limiti la mia esplorazione dello spazio, la mia mobilità come donna in città, la notte e così via. Non escludo di poterlo realizzare con un altro gruppo di persone che sentono in minoranza, o che si sentono potenzialmente attaccate o attaccabili. Quando ho pensato il progetto per uno spazio in America, a Cleveland, dove poi purtroppo non è andata bene, perché non abbiamo potuto realizzare il lavoro, però io avevo chiesto di poter lavorare con quello che per me era il gruppo più vulnerabile in città, ossia i ragazzini giovani maschi di colore, che son presi di mira dalla polizia, dove si sa che Cleveland è una delle città che ha una polizia particolarmente brutale feroce e razzista.

    EM – Nei tuoi lavori emergono spesso riflessioni sul corpo e la memoria, tra tradizioni passate, tracce e ricerca di un equilibro con lo spazio contemporaneo. In che modo si struttura questo dialogo?

    VM – Il mio lavoro indaga, come dicevo prima, la relazione con lo spazio, questa relazione include e ingloba chiaramente quelle che sono tracce di presenza da un lato e il modo in cui il corpo ritorna, e lo spazio ritorna sul corpo in qualche modo, in questo senso parlo di eliminazione dei confini, mi interessa sempre di più costruire una sorta, in qualche mondo, di corpo ibrido. Non credo che lo spazio architettonico sia così distante da noi, e mi interessano proprio le aree, e i punti di contatto.

    EM – Quale è stato per te un riferimento storico, letterario o cinematografico di grande impatto nello sviluppo della tua carriera artistica e personale?

    VM – I miei riferimenti d’altronde sono principalmente filosofici per questo mio background. Sono i riferimenti fenomenologici, Merleau-Ponty, come riferimenti più politici, Focault, e sicuramente anche poi riferimenti femministi, post femministi, post materialisti, che vanno dalla Cavarero a Braidotti, per arrivare alla Butler, ad Haraway, Halberstam. Sono anche riferimenti legati al teatro, alla danza, come si diceva un tempo al teatro fisico, soprattutto la visionarietà di alcuni autori come La Socìetas, Pina Bausch, ma anche Peeping Tom, Constanza Macras, con la sua voluta rozzezza diciamo, una sua voluta non perfezione, e poi sicuramente ci sono i riferimenti delle artiste performative degli anni 70, 80, 90: Janine Antoni, Ana Mendieta, anche la Abramović sicuramente e Valie Export. Fra gli uomini, non che pensi con questa categoria di pensiero, ma sicuramente le donne le sento più vicine per l’utilizzo politico del corpo, in un periodo in cui alle donne non era nemmeno concesso in qualche modo fare arte, quindi farlo attraverso il corpo, che era l’unico strumento che potevano avere e potevano gestire, aveva un valore di un certo tipo, che io poi ho fatto mio e ho riconosciuto, però ho tra i riferimenti maschili sicuramente Francis Aly͏̈s, mi è molto vicino, soprattutto nelle sue performance più partecipative e più effimere, questo farsi e disfarsi, questo cubo di ghiaccio, questo spostare questa montagna, queste pale, questa azione senza fine.

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