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    THE BLANK BOARD | INTERVISTA AD OSCAR GIACONIA
    THE BLANK BOARD | INTERVISTA AD OSCAR GIACONIA
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    THE BLANK BOARD

    un progetto a cura di Martina Dierico, Clara Scola e Maria Zanchi

    Intervista: Martina Dierico e Clara Scola

    Photos: Maria Zanchi

    PLAY ArtDate 2015 ha come fil rouge della manifestazione la musica. Ogni studio visit sarà caratterizzato da una sorta di colonna sonora. Come mai hai deciso di rivolgerti a Steve Piccolo per la creazione dell’installazione che accompagnerà l’apertura de tuo studio?

    Conosco Steve dai tempi in cui frequentavo il corso di progettazione sonora in Accademia. La sua ricerca musicale mi ha fatto sempre pensare ad un’entità nomadica in grado di fare sintesi tra consistenze e corpi sonori differenti. Mi sono lasciato attraversare dall’idea di un incontro-scontro; una macchina pittorica che s’incidenta sulla carcassa di quella sonora e viceversa. Tuttavia ho cercato di dispensarmi dal farne un mero pastiche tra linguaggi, dove il singolo media funziona da stampella per l’altro. M’interessava solo esercitare un mutuo parassitaggio tra organismi linguistici differenti, così che lo spartito (musicale) prescritto ed il testo a monte (pittorico), entrambi istanze del controllo e dell’intelligenza artificiale, franassero l’una addosso all’altra. Divenissero oggetti-trasformatori in grado di disinibire l’occhio-orecchio che crede di vedere o sentire qualcosa.

    Quali lavori presenterai?

    Gli avanzi dei lavori precedenti.

    Accumuli oggetti insoliti, centinaia di libri e dvd, un rullo di tuoi appunti troneggia sulla tua scrivania. E’ da qui che dipana la tua ricerca?

    Alla pratica dell’accumulo, nella sua forma patologica, appartengo da sempre, ma la genesi dei processi primi, quello che chiamo perversione della messa in scena primaria (traccia, scrittura, ritrovamento, raccolta, ricostruzione ecc.) mi appare sempre come una partitura oscura di cui l’opera restituisce al limite l’eco, la risonanza, l’alone di ciò che è stato. La pittura che frequento sgambetta serialmente le sorgenti che la animano.

    Guardando le tue opere sembra ci siano più legami coi colleghi che ti hanno preceduto piuttosto che con l’Arte Contemporanea. Nonostante questo, c’è qualche artista contemporaneo con cui senti di avere delle affinità?

    Come disse Carmelo Bene, se ci si rifiuta di essere contemporanei, una posizione di qualsiasi natura bisogna pur prenderla. Io ne prendo di continuo, e di continuo le contraddico.

    Ci interessa approfondire il tuo ultimo lavoro, Colon, la serie di sette tavoli in gomma. Ti va di raccontarci come è nata quest’opera così diversa dalle tue precedenti, di spiegarci come si compone e come la installerai nel tuo studio?

    Più ci si avvicina a qualcosa meno la si può vedere. Sono colture inorganiche, campioni-test, supporti incubati che hanno subito mal-trattamenti e che ora soffrono di solipsismo. Abbandonati ed isolati, li costringo, alla stregua di anonimi frammenti di carta da parati, a recitare se stessi. Su queste superfici cartacee, divenute poi cartilaginee, ho sempre giocato ad amplificare la rispettiva natura innaturale. Tutto è rigorosamente falso, sintetico ed artificiale nei miei lavori.

    Ti occupi personalmente di tutte le componenti che costituiscono l’opera, creando anche le cornici e i supporti che diventano parte integrante della stessa. Come mai senti la necessità di controllare tutte le fasi di creazione, anche quello che generalmente vengono delegate a terzi?

    L’autarchia per me non è una scelta, ma una tremenda condanna caratteriale. Pretendo di controllare quanto è ben al di là del mio controllo.

    Allo studio visit seguirà un torneo di Poker, sempre organizzato all’interno del tuo studio. Trovi ci sia una relazione intrinseca tra il gioco e la pittura?

    Gioco e pittura sono attività inutilmente necessarie, dispendi senza economia. Poker e media pittorico sono governati da dinamiche menzognere quali deception, mimetismo, dis-simulazione in costante fluttuazione. Sono l’incarnazione della “disinformazione” per eccellenza.

    Il titolo dello Studio Visit è ILINX, cioè abisso. Come sei arrivato alla scelta di questo titolo?

    Evito di utilizzare un nome, qualunque esso fosse, per ridurlo ad aneddoto dell’ultima ora o per farne una digressione wikipediana. Al limite m’interessa utilizzarlo come parola-valigia, un contenitore di possibilità altre. Quando cerco qualcosa è essenziale che io la manchi. Dato che ho esattamente bisogno di quelle mancanze, di quelle lacune, il mio corpo si mette all’opera su opere che ne costituiscano il tappo momentaneo. Questa è al contempo la sola possibilità-impossibilità della ricerca. Pervengo alla scelta-casting di qualsiasi dato attraverso il vaglio in divenire di quel Grinder che m’illudo d’essere.

    Anche una serie di tue opere si chiama Ginnungagap, varco spalancato.

    Sono tutti buchi neri, voragini, buchi di tarlo che generano rapporti cangianti di apertura-chiusura, inclusione-esclusione.

    Camouflage Lesson del 2012, il piccolo “tappezziere mimetico” esposto a Baco, questi grandi mostri informi del tuo ultimo trittico. Questi personaggi si mimetizzano nella tua ricerca, riproponendosi a fasi alterne e mappando il tuo percorso.

    Sono ritornanti, Golem mimetici, controllori che si camuffano in quelle invisibili linee di cambio tra un livello ed un altro, tra uno strato e l’altro. Ma al contempo sono anche parassiti che occupano uno spazio interstiziale che non dovrebbero presiedere. Per Serres la natura è nata dopo la cultura poiché essa è una concezione della cultura stessa. In tutta la storia del mimetismo ho sempre percepito questo rovesciamento, questo riscatto dell’inorganico sull’ordine costituito.

    ©THE BLANK 2016
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