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    The Blank Board | Intervista a Mario Cresci
    The Blank Board | Intervista a Mario Cresci
    [= The = Blank = Board ===== Intervista = a ===== Mario == Cresci =]
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    In occasione di ARTDATE 2013,
    Mario Cresci aprirà il suo studio in via Garibaldi 19, Bergamo
    Sabato 18 Maggio dalle 15.00 alle 17.00

    THE BLANK BOARD

    un progetto a cura di Claudia Santeroni e Maria Zanchi

    Intervista di Claudia Santeroni
    Photo di Maria Zanchi

     

    Raccontaci come sei arrivato a Bergamo.

    Si può dire che questa sia la mia ‘second life’. Sono arrivato a Bergamo agli inizi degli anni ’90, chiamato da Carlo Bertelli, per dirigere l’Accademia Carrara di Belle Arti. Qui ho iniziato una seconda fase della vita, imprevista rispetto alle mie aspettative perché lavorare in una scuola significa anche occuparsi degli altri. Ad essere sincero la dimensione educativo – formativa era già iniziata in Basilicata, ma lì lavoravo a stretto contatto con giovani che non si occupavano prettamente di Arte, mentre è stato a Bergamo che ho preso contatto con i programmi della formazione artistica e riallacciato i rapporti con gli artisti. Quando ho iniziato a insegnare alla Carrara di Bergamo ho trovato un contesto difficile, in cui era complicato occuparsi di Arte Contemporanea, perché sembrava non interessare. Il mio ruolo è stato quello di rompere il ghiaccio, perché desideravo che l’Accademia diventasse un luogo di ricerca, aperto a tutte le sfaccettature della creatività. Nel 2000 è cessato il mio impegno con l’insegnamento e ho potuto iniziare a occuparmi nuovamente della mia ricerca personale: ho lavorato come un matto e quanto ho prodotto negli ultimi dieci anni è molto più intenso e articolato rispetto a tutto quanto avevo realizzato in precedenza.

    Quando scaturisce la tua fascinazione nei confronti del mezzo fotografico?

    È successo casualmente devo dire! Ho fatto il Liceo Artistico a Genova e in quegli anni non si studiava Fotografia o Grafica; erano materie lontane anni luce dai Licei e dalle Accademie, dove si insegnavano Scultura e Pittura … Cosi ho iniziato a fotografare per hobby. Successivamente mi sono iscritto a Venezia al Corso Superiore di Industrial Design,che era appena stato istituito. Mi piaceva questa nuova forma d’arte e mi interessava la progettazione degli oggetti, per cui anziché all’Accademia o ad Architettura, mi sono iscritto lì dove c’era anche ‘Fotografia’, materia che ci veniva insegnata in modo molto sperimentale. Se ti trovi nel contesto giusto durante gli anni della formazione, apprendi, crei, produci: è l’età che più ti forma e per me è stato così a Venezia. Se non avessi fatto quella scuola, dopo non avrei fatto certe ricerche. Grazie alla formazione non accademica ho imparato a trasferire i vari insegnamenti nella mia pratica fotografica. A Venezia è nata infatti la mia prima serie dei quadrati: dipingevo un quadrato rosso sul muro e facevo 36 scatti usando il grandangolare, creando 36 forme diverse non più quadrate. Era un omaggio a Malevich.

    Ti formi nello stesso periodo di altri grandi fotografi italiani, Ghirri, Jodice, Guidi, Basilico. È vero che i giovani fotografi italiani sono ancora legati alle stesse tematiche visive che trattavate voi? Che devono ancora ‘elaborare il lutto di Ghirri?

    Si! È vero, anche se meno rispetto ad alcuni anni fa. Ghirri usava la macchina fotografica, ma la sua mente era quella di un artista:straordinaria! È morto nel ’92 e non si è neanche potuto godere la sua gloria, perché è stato scoperto dopo. Eravamo molto amici e abbiamo fatto anche dei lavori insieme. Luigi veniva da una formazione particolare, aveva studiato come Geometra e anche lui sosteneva che la scuola era stata fondamentale. Tutti gli artisti fotografi della mia generazione hanno dovuto convivere con il pregiudizio che chi si occupava di Fotografia non faceva Arte. I due mondi venivano considerati separati e la cultura del fotografico in Italia non era mai stata né insegnata, né coltivata. Anche oggi molti storici di Arte Contemporanea non sanno nulla di Fotografia. Personalmente, ho tratto giovamento dall’approfondimento di artisti provvisti di una ‘multisensorialità’, come Boetti o Paolini perché per me la fotografia non è solo legata all’atto del vedere, ma è un atto di coinvolgimento totale.

    L’atteggiamento della critica ha veicolato questo discorso di aderenza alla tipologia di immagini di matrice ghirriana – paesaggistica?

    In parte si. L’opera di Ghirri è stata studiata da decine di autori diversi, ma nessuno l’ha analizzata come andava invece fatto; servirebbe una lettura più approfondita. Luigi lavorava con il metodo che adottavamo noi in quegli anni,ovvero quello della serie, per cui ogni scatto va considerato come un’opera a sé stante, una storia. Il suo percorso è stato letto in maniera sommaria; ci sono decine di opere che nessuno conosce, come la serie degli autoritratti, splendida.

    Ultimamente vengono spesso approfonditi i nessi fra Fotografia e Scultura. Come leggi questa inclinazione a voler indagare l’immagine fino al punto da tradurre la sua bidimensionalità in qualcosa di fruibile tridimensionalmente?

    Questa è un’esigenza che affonda le sue origini addirittura nella scuola di Dusseldorf e nell’insegnamento dei Becher che, non a caso,vinsero il premio della Biennale per la Scultura e non come fotografi.  Fotografavano le costruzioni di archeologia industriale come se fossero delle grandi sculture, delle quali non volevano però dare una connotazione solo fotografica, ma intendevano interpretarle come strutture autonome, segni possenti. È un operazione molto interessante, perché l’immagine bidimensionale se viene estrapolata dalla sua dimensione e percepita, ha una vocazione tridimensionale fortissima. Come ho già detto, in quegli anni l’Accademia di Dusseldorf vantava dei mostri sacri come docenti: i Becher perla Fotografia e Richter per la Pittura ed è questa compresenza di personalità forti che l’ha fatta diventare un punto di eccellenza nella formazione degli artisti, da Gursky a Struth o Ruff.

    Nel panorama artistico contemporaneo, un giovane che ha l’ambizione di emergere è indotto a sperimentare  e ricercare, o piuttosto a fossilizzasi su delle immagini vendibili limitando il suo percorso?

    Il rischio è quello che si riducano  a fare cose modaiole per accontentare la richiesta. Mi viene in mente una frase che disse Angela Vettese: “artisti non si nasce, ma si diventa”.  Chi desidera fare l’artista deve relazionarsi ai meccanismi e ai gusti del mercato, ma è una modalità che secondo me non ha più a che fare con l’Arte, perché la gestione della produzione artistica dovrebbe rimanere estranea rispetto alla ricerca che si conduce. È un vecchio problema. Ricordo che alla fine degli anni ’70 andammo io e Ghirri alla Galleria Marconi di Milano, invitati perché al gallerista interessava vedere i nostri lavori. Eravamo felicissimi. Giudicò le opere interessanti e ci disse che ci avrebbe ricontattati dopo qualche giorno. Passarono i mesi e fui costretto a telefonargli per sapere che ne era stato delle nostre fotografie.Tornammo a Milano e lui ci disse che non era più interessato, perché dalla vendita di un quadro poteva ricavare molti soldi, mentre da una fotografia no.E questo è accaduto con un gallerista importante! Purtroppo quando un’opera entra nel circuito del mercato diventa merce. Pochissimi investono sui giovani,che fanno una fatica immensa a entrare nel sistema, perché spesso il mercato punta sempre sugli stessi nomi. L’idea che ha accompagnato sempre la mia vita creativa è stata quella di continuare a ricercare. Non apprezzo chi continua a produrre per anni sempre le stesse cose. Non avendo mai avuto rapporti stretti con le gallerie ho potuto lavorare liberamente, senza condizionamenti (anche se al limite della sopravvivenza … ).

    È l’artista che accresce il potere di una galleria o il contrario?

    Oggi l’artista deve essere una macchina da guerra, capace di sfruttare le strategie di marketing. I giri grossi si creano in sede d’asta:se Sotheby’s, ad esempio, vende a 40.000 Euro l’opera di un artista, allora tutte le gallerie che posseggono questo autore possono alzare il prezzo dei suoi lavori. Quelli della mia generazione iniziano a vendere adesso ché abbiamo superato i sessanta anni. L’artista anziano vende di più, né per meritocrazia né perché è una vita che ricerca. Ghirri a cinquanta anni non vendeva una foto.Io stesso non ne ho mai venduta una prima dei sessanta anni! La maturità è un elemento che facilita l’acquisto, perché l’artista diventa un potenziale investimento.

    Come si sente una persona che ha dedicato la vita alla sua ricerca artistica, quando comprende un meccanismo simile?

    Ti rendi conto della realtà! Personalmente non mi preoccupo tanto per me stesso, quanto per il destino della vostra generazione. Un altro problema correlato a questo è la gestione del patrimonio artistico di artisti viventi o scomparsi: c’è la corsa all’accaparramento delle opere e il corpus del lavoro viene smembrato, pochissimi si occupano di istituire delle Fondazioni, di creare degli archivi e questo incide sulla trasmissione della cultura.

    Le persone che leggeranno l’intervista conosceranno già parzialmente il tuo lavoro, però vorrei dare anche un’infarinatura generale di quella che è la tua ricerca e fare un parallelo con una piccola spiegazione tra un lavoro importante del passato e l’ultimo a cui ti sei dedicato.

    Nei primi anni ’70 lavoravo insieme ad un gruppo che si chiamava ‘Il Politecnico’. Loro facevano i piani regolatori e io mi occupavo della parte visiva. È in questo contesto che nascono i ’Ritratti reali’, una serie composta da circa quaranta opere, ciascuna un trittico. La prima immagine è una visione generale dell’ambiente domestico; fotografavo le persone che trovavo nelle case in quel momento, chiedendo loro di guardare verso l’obiettivo. Nella seconda immagine c’è sempre qualcuno che tiene in mano una fotografia di famiglia, scelta dai proprietari di casa (mi interessava anche indagare il tema della fotografia nella fotografia). Infine ho sempre fotografato da sola, distesa sul pavimento, la fotografia di famiglia scelta, isolata da tutto. È un’opera  in cui l’aspetto antropologico-documentaristico della fotografia si collega a quello concettuale-estetico. Invece l’ultimo lavoro a cui mi sono dedicando nasce in maniera strana, da un incidente di percorso: mentre stampavo la macchina si è inceppata, strappando la carta. Stavo per distruggere tutto, disperato, ma mi sono fermato e ho iniziato a piegare l’immagine stampata finché ho potuto. Poi l’ho montata su un foglio di carta bianca e messo il tutto sotto plexiglass. Il titolo è ‘I piegati’. Molti lavori nascono da errori … anche se di solito non lo si racconta.

    Abbiamo la nostra città candidata a Capitale della Cultura 2019. Una tua lettura.

    Mi sembra un’operazione di facciata, anche ambiziosa,quindi sono molto scettico. Non mi entusiasma, perché non so se possa provocare un cambiamento sostanziale. Potrebbe essere infatti un incentivo per coloro che operano sul territorio, nel pubblico e nel privato, per realizzare un programma culturale credibile… ma non ci sono i soldi per farlo!

     

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